Donne nei giochi olimpici

Una questione di parità di diritti

Quando si tratta di donne nello sport, per lungo tempo gli uomini hanno pensato ai possibili danni che la pratica causerebbe agli organi riproduttivi femminili. Ora, questa supposizione sta lentamente sbiadendo e le donne stanno entrando sempre più a far parte delle discipline più disparate.

Tutta questa storia dei problemi legati alla possibilità di mettere al mondo un figlio se si pratica sport, a pensarci bene è un po’ strana. Quando si tratta di uomini, di solito non importa se l’attività sportiva possa avere un impatto negativo sugli organi riproduttivi o meno, ma quando si tratta di donne, al contrario, scatta un campanello d’allarme e si cercano motivazioni secondo le quali il gentil sesso farebbe meglio a non praticare questa o quella disciplina. Famosa è la frase del Presidente della Federazione Internazionale Sci Gianfranco Kasper, secondo cui l'impatto degli urti delle sciatrici che praticano salto con gli sci, danneggerebbe l’utero. Ma anche le canoiste devono fare i conti con affermazioni quali “la canoa canadese sviluppando maggiormente un solo lato del corpo remando in posizione inginocchiata, può causare infertilità o inibire lo sviluppo.”

l possibili danni al sistema riproduttivo femminile sono un mito ricorrente. Questo mito compare già agli inizi del movimento olimpico moderno, nato alla fine del 19° secolo. Nonostante gli ideali di base annoverino il carattere universale dello sport, De Coubertin, il barone francese principale artefice del movimento, si opponeva fermamente all’agonismo femminile, sicuramente influenzato della società del suo tempo, ma anche per l’adesione incondizionata all’ideale olimpico greco. La donna era inadatta alla pratica sportiva a causa della differente fisiologia e il diverso ruolo nella società. Tale visione ci accompagna in parte ancora oggi. Per sfatare una volta per tutte questi miti, già nel 2011 la Commissione Medica del Comitato Olimpico Internazionale aveva dichiarato: "Una panoramica sui dati relativi agli infortuni non evidenzia alcun rischio di maggiore incidenza di danni acuti o cronici agli organi riproduttivi femminili”. In altre parole, questa preoccupazione è una sciocchezza.

Tuttavia, la parità di diritti tra generi nel mondo dello sport non è ancora stata raggiunta in tutte le discipline e nei modi auspicati da alcune persone. Ci sono però ottimi segnali positivi. È appena stata comunicata una vera e propria rivoluzione nel programma olimpico. Da Losanna, in Svizzera, la commissione esecutiva del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), ha annunciato l’ingresso di ben sedici nuove gare, proprio seguendo i criteri di parità tra generi per i Giochi Olimpici di Tokyo 2020, ed ha aggiunto gare miste e discipline considerate capaci di attirare l’attenzione dei giovani. Tale rivoluzione dovrebbe portare la partecipazione femminile al 50%. 

Nonostante questo, restano aperte molte questioni e l’argomento non si esaurisce qui. Alcuni esperti per esempio si augurano che anche lo sport riconosca una specificità della struttura organica femminile, che la rende comunque diversa da quella dell’uomo. Le donne hanno ottimi risultati nelle discipline in cui non viene privilegiata la forza e la potenza muscolare, ma la resistenza, la flessibilità e l’agilità. Basta osservare una gara di tuffi o ginnastica per notare la differenza. Avrebbe senso dunque, come vorrebbero alcuni sostenitori, rendere tutte le discipline miste e far gareggiare donne e uomini insieme, quando la migliore maratoneta è ancora indietro 12 minuti rispetto al miglior atleta maschio?

Dobbiamo davvero cercare di livellare le differenze per raggiungere la parità o forse non sarebbe più opportuno sviluppare le specificità di genere rispettando la fisiologia e la biologia di genere, dando allo stesso tempo la possibilità a tutti di accedere alle gare?

22. Novembre 2017
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